Un cenno storico e una descizione della Basilica

Cari amici,

per prima cosa riportiamo un tratto storico a cura di Vincenzo Varì che illustra lo “spirito” di Sant’Eustachio.

A seguire una sintetica descrizione storico-artistica della Basilica.

Alla fine la possibilità di ascoltare un breve pezzo della sonorità maestosa dell’organo della Basilica.

Buona lettura e buon ascolto!

———————————————————————————–

L’ANTICA DIACONIA DI SANT’EUSTACHIO

La Basilica di S. Eustachio in Campo Marzio sorge sopra le antiche rovine delle Terme Neroniane, nel luogo stesso del martirio del Santo. Narra la tradizione cristiana, che i fedeli abbiano edificato un modesto sacello sul quale, nell’anno 320, Costantino avrebbe innalzato un Oratorium in onore del martire. Tutto ciò non deve sorprendere giacché era uso ancorare gli edifici religiosi, solamente nei posti consacrati da una qualche testimonianza di fede. Nel tempo, la piccola chiesa, diventa un vivace centro apostolico dell’Urbe destinato a risplendere per secoli. Di conseguenza subisce importanti lavori di trasformazione, fino ad assumere la sua forma compiuta settecentesca. Secondo tutte le fonti di ricerca, le prime notizie ufficiali inerenti le diaconie cardinalizie cristiane, risalgono al VI sec. durante il pontificato di Papa Gregorio I (590-604) detto Magno. Peraltro, è il Papa stesso a fondare una diaconia per ogni Rione della città, per contrastare la minaccia endemica della carestia e della pestilenza. Voleva essere un concreto aiuto agli indigenti, sulla base dello spirito evangelico e della Chiesa delle origini.

 Osserva il card. Cesare Baronio, noto storico religioso del XVI secolo, che la diaconia altro non era che una pubblica casa di ospitalità del Patrimonio Romano dove, sotto l’attenta giurisdizione pontificia, si esercitava quotidianamente la solidarietà sociale verso le vedove, i poveri ed i fanciulli della Regione. E’ bene ricordare che fin dal tempo di Papa Fabiano (236-250), Roma era divisa in sette Regioni che comprendevano 14 Rioni. La chiesa di Sant’Eustachio apparteneva alla sesta Regione ed accoglieva migliaia di fedeli.

 L’origine  della  diaconia cardinalizia di Sant’Eustachio è annotata dal biografo del  Liber Pontificalis e ascrivibile ai primi decenni dell’VIII secolo. Il Patrimonium della chiesa, modesto dapprima, viene arricchito da buone rendite da parte del pontefice Gregorio II (715-731), adeguate a garantire il buon mantenimento del Tempio. Peraltro, secondo la consuetudine dell’epoca, il pontefice costruisce accanto alla chiesa una diaconia cristiana, avocando a sé il titolo di primo Diaconus regionis VI della Diaconia Sancti Eustacii, esercitandolo con grande autorità e assoluta dedizione.

 Da un rituale della biblioteca vaticana, si ricava che il Cardinale Diacono della Regione era una figura di primo piano nella vita ecclesiastica e sociale dell’Urbe. Tant’è che veniva nominato dal Papa per le sue competenze amministrative, oltre che per le eccellenti qualità morali. Peraltro, tale incarico, gli consentiva d’indossare un maestoso abito rosso, mitra di damasco bianco e sandali all’apostolica (aperti di sopra). Molteplici erano i suoi compiti: curare il governo della chiesa sotto l’aspetto liturgico e organizzativo e sovrintendere alle opere caritative-assistenziali della diaconia ad essa annessa. In questi suoi uffici era coadiuvato da un gruppo di confrati, privi di voti, che facevano vita in comune.

 Nel contesto delle diaconie romane, quella di Sant’Eustachio è annoverata tra le primarie istituzioni ecclesiali cardinalizie. Peraltro, nel volgere degli anni, ha un notevole sviluppo per gli ingenti beni fondiari concessi da vari pontefici. Occorre ricordare che nell’VIII secolo, al tempo di papa Adriano I (772-795), la struttura Eustachiana è segnalata nell’Itinerarium Einsidlens dei pellegrini in visita a Roma. Non solo per il pavimento cosmatesco disseminato da molte antiche sepolture e le pitture murali, ma principalmente per l’aspetto caritativo nettamente in linea con i principi dell’etica cristiana. Nei secoli seguenti compare anche nel noto catalogo delle chiese di Roma redatto da Cencio Camerlengo, che diviene poi pontefice col nome di papa Onorio III (Savelli, 1216-1227). Inoltre, in occasione delle festività religiose, riceveva dal Papa a titolo d’onore 18 denari di presbiterium come le chiese maggiori.

 Ogni giorno questo organismo ecclesiale dispensava elemosine ai poveri e alle vedove, mediante le offerte raccolte tra i fedeli o attingendo ai lasciti patrimoniali di alcuni benefattori. Ma soprattutto distribuiva aiuti in natura agli indigenti come pasti caldi, verdure, carne,  formaggio, vino e lardo, provenienti dal palazzo Lateranense.

 Il pontefice Stefano II (752-757), per venire incontro alle esigenze dei pellegrini infermi in visita ai santuari romani, amplia la diaconia di Sant’Eustachio aggiungendo un importante xenodochium. Vale a dire un hospitale servito da una confraternita di zelanti laici e sacerdoti, per dare ricovero almeno per tre giorni a centum pauperum Christi colpiti da malore. Le cronache raccontano che la diaconia distribuiva quotidianamente vitto e abiti, oltre a garantire un bagno settimanale detto lusma, dal momento che le terme pubbliche non erano più in uso. Va osservato, che il biografo del Liber Pontificalis menziona diverse volte l’antica diaconia di Sant’Eustachio. Soprattutto nella biografia di Leone III (795-816) e Gregorio IV (827-844), che con grande munificenza compirono importanti lavori di restauro e di miglioramento. Con lo sviluppo della diaconia anche la chiesa acquista prestigio. Tant’è che nell’anno 958, al tempo di Giovanni XII (955-963), la basilica è governata da una collegiata di cinque canonici secolari, che operano sotto la direzione di un Arciprete assistito da un chierico. Occupavano un oratorio che può forse individuarsi nei locali a sinistra della chiesa.

 Va osservato che tra gli 86 cardinali diaconi di Sant’Eustachio, uno fu proclamato Santo: San Ramon Nonnato (1204-1240) e cinque assursero alla cattedra di Pietro: Gregorio IX (1227-1241); Alessandro IV (1254-1261); antipapa Giovanni XXIII (1410-1415); Pio III (1503-1503); Paolo III (1534-1549).

 Purtroppo, a distanza di tanti secoli, dell’antica diaconia Eustachiana non rimane nessuna traccia archeologica e letteraria. E poco si sa per ciò che riguarda la sua genesi e l’attività socio-assistenziale. La devastante inondazione del Tevere avvenuta la notte di Natale del 1598, al tempo di Clemente VIII (Aldobrandini, 1592-1605), sommerse il prezioso archivio capitolare, annullando per sempre la memoria storica della basilica. Peraltro, i morti accertati furono tremila e i danni ingenti. Per la verità, il vuoto documentale è in parte colmato dal biografo del Liber pontificalis,  da due codici contenuti nella biblioteca Vallicelliana e da alcune epigrafi murate nella chiesa.

 Solo nel dicembre 2014, Mons. Pietro Sigurani, Rettore della Basilica, intraprende il cammino di Papa Gregorio II mantenendo lo stesso carattere originale. Tutto nasce dalla consapevolezza che siamo tutti fratelli, a prescindere dal colore della pelle e dal credo religioso. Superati questi pregiudizi, colloca al “centro” dell’attenzione le persone che hanno bisogno di aiuto, con un’idea diversa della mentalità assistenziale che lo guida a riservare il medesimo rispetto che si serba agli amici.

 E’ su questo nobile principio che alle 12,30 di ogni giorno non festivo, la navata centrale della basilica si trasforma per incanto in ristorante, con tanto di sedie e tavoli da pranzo apparecchiati con cura. Un drappello di volontari, contagiati dallo spirito di servizio di don Pietro, si prende cura di circa 140 “amici” più poveri di ogni etnia e credo religioso. Ci sono cattolici, ortodossi e musulmani; uomini, donne, anziani, nomadi e tanti giovani con situazioni difficili. E’ un mondo in disparte, segnato di storie sconosciute, di umanità dolente, ma che evidenzia una percettibile fascinazione. A Sant’Eustachio viene offerto loro un pasto caldo completo di dessert e, di tanto in tanto, anche un buon caffè che “scalda” il cuore. Ma  si porge anche un importante valore: vale a dire quello della dignità della persona umana, che è il condimento speciale dell’etica sociale.

 Dopotutto è il miglior regalo che possiamo fare a loro, e loro a noi.

 ——————————————————————————————-

LA BASILICA

In alcuni documenti risalenti al X e XI secolo, la chiesa è detta in platana, in riferimento, secondo un’antica tradizione, ad un albero di platano piantato nel giardino della casa del martire Eustachio, su cui l’imperatore Costantino I avrebbe costruito un primo oratorio nel luogo stesso ove il santo avrebbe subito il martirio. La chiesa è ricordata anche con gli appellativi ad Pantheon in regione nona e iuxta templum Agrippae.

La prima menzione della chiesa è del 795, durante il pontificato di papa Leone III, ed è ricordata come un’antica diaconia romana (un centro di assistenza per i poveri). L’antico edificio fu completamente ricostruito ed ingrandito nel1195-1196 con papa Celestino III; in questa occasione fu aggiunto il campanile romanico che ancora oggi si può ammirare. Una lapide conservata nella sacrestia ricorda la consacrazione della chiesa nel 1196. Un documento del1406 attesta l’esistenza di un portico e di un chiostro, su cui affacciavano le camere dei canonici. Nel XVI secolo era uno dei luoghi di preghiera preferiti da san Filippo Neri. Tra il XVII e il XVIII secolo la chiesa venne completamente ricostruita, abbattendo tutte le strutture medievali (eccetto il campanile), e ricostruendola secondo i gusti dell’epoca: artefici della ricostruzione furono Cesare Corvara, che operò dal 1650 al 1703; Giovan Battista Contini, che aggiunse le cappelle ed il portico; Antonio Canevari, Niccolò Salvi e Giovanni Domenico Navone terminarono l’opera con l’aggiunta dell’abside e del transetto. La sua ricostruzione fu necessaria a causa delle piene del Tevere e dell’eccessiva umidità che ne minavano le fondamenta. Ulteriori restauri all’edificio furono apportati nel corso del XIX e del XX secolo, con interventi che riguardarono non solo la salvaguardia delle strutture, ma anche il loro abbellimento.

La chiesa è sede del titolo cardinalizio di “Sant’Eustachio”, istituito intorno al VII secolo.

Descrizione
Esterno

La testa del cervo collocata in cima alla facciata
La facciata è opera di Cesare Corvara. Essa è a due ordini, di cui il superiore arretrato rispetto all’inferiore. Quest’ultimo è scandito da quattro lesene e da due colonne, che aprono sul portico. Sul lato destro è collocata una lapide a ricordo di un’inondazione del Tevere del 1495, le cui acque raggiunsero la basilica. L’ordine superiore è scandito da quattro paraste, che suddividono una grande finestra e due nicchie ornate da conchiglie. Termina la facciata un timpano entro cui si apre un oculo circondato da rami di palma e sormontato da una corona. In cima alla facciata è collocata una testa di cervo con croce tra le corna: questa fa riferimento alla visione a cui avrebbe assistito sant’Eustachio durante una battuta di caccia e che fu all’origine della sua conversione al cristianesimo.

Affianca la chiesa il campanile medievale (del 1196), in parte occultato dalle case costruite a ridosso di esso. Per garantirne la stabilità in passato furono murate tutte le bifore, eccetto quelle dell’ordine superiore.

L’entrata della chiesa è preceduta da un portico, opera del Contini. In esso sono conservate, murate nelle pareti, diverse iscrizioni e memorie, tra cui quelle a ricordo del cardinale Neri Corsini, del poeta romano Filippo Chiappini, del commediografo e poeta Giovanni Giraud, nonché i monumenti funerari dello storico e penalista Filippo Maria Renazzi, del filologo Francesco Cecilia, dello studioso e viaggiatore Michelangelo Mondani. Sulla parete di destra è collocato un dipinto Seicentesco raffigurante una Vergine col bambino, all’interno di una cornice marmorea composta di angioletti.

Interno

L’altare maggiore
L’interno della basilica è a pianta a croce latina, con una sola navata e tre cappelle per lato comunicanti fra loro. Esso è opera di Cesare Corvara e Antonio Canevari. In controfacciata, spicca la vetrata raffigurante la Maddalena penitente, realizzata nell’ultimo decennio dell’800 da Gabriel e Louis Gesta di Tolosa.

Sul lato destro si trovano le cappelle dedicate alla Sacra Famiglia, all’Annunciazione e al Sacro Cuore di Gesù. Sul lato sinistro sono collocate le cappelle dedicate a San Giuliano Ospedaliere, a San Michele Arcangelo e al Cuore Immacolato di Maria. Un’altra cappella, (del Crocifisso) è collocata sul lato sinistro dell’altare maggiore.

La cappella più grande è quella di San Michele Arcangelo, opera di Alessandro Speroni ed edificata tra il 1716 ed il 1719. All’altare maggiore sono collocate tre tele di Giovanni Bigatti raffiguranti, al centro San Michele Arcangelo, ai lati i santi Raimondo Nonnato e Francesca Romana. Nelle pareti destra e sinistra sono due monumenti funebri, di Teresa Tognoli Canale (morta nel 1807) e Silvio Cavalleri, segretario di Innocenzo XII, morto nel 1717.

Nelle altre cappelle si possono ammirare opere di Pietro Gagliardi, Ottavio Lioni, Corrado Mezzana (autore della decorazione della cappella del Sacro Cuore di Gesù), Etienne de Lavallée, Tommaso Conca, Biagio Puccini, ed altri.

Ai lati dell’unica navata, altre vetrate con motivi geometrici, identiche tra loro, ornano la parte alta. Sulla sinistra, nella Cappella di San Giuliano Ospedaliere, dove si accede al Battistero, è inserita una vetrata istoriata che rappresenta il Battesimo di Gesù, un’altra è posizionata nella Cappella del Sacro Cuore, rappresenta in modo originale i sette doni dello Spirito Santo e l’ultima entrando, nella cappella a destra, tutte realizzate da Corrado Mezzana e Cesare Picchiarini intorno al 1936.

L’altare maggiore, opera in bronzo e marmi policromi di Nicola Salvi del 1739, venne completato da un baldacchino di Ferdinando Fuga (1749). La tela dell’altare è di Francesco Ferdinandi e raffigura il Martirio di sant’Eustachio. La mensa dell’altare poggia su un’urna di porfido rosso, che contiene le reliquie del santo titolare della basilica e dei suoi familiari.

Organo
Sulla cantoria lignea in controfacciata, decorata con intagli dorati e pilastrini dipinti a finto marmo, vi è il grande organo a canne, costruito da Johannes Conrad Werle nel 1767. Esso, iniziato a costruire da Celestino Testa e Giuseppe Noghel nella prima metà del Settecento, ha subito varie alterazioni e, dopo un lungo abbandono, è stato ripristinato fra il 2002 e il 2003 dalla ditta Zanin. L’organo, a trasmissione meccanica sospesa, ha una tastiera con 50 tasti e prima ottava corta ed una pedaliera a leggio scavezza di 9 note costantemente unita alla tastiera e priva di registri propri.

————————————————————————————-

La soronità maestosa e perfetta del settecentesco organo della Basilica di Sant’Eustachio in un pezzo di rara bellezza e alta maestria. Ascolta!